A Tirano, in Valtellina, quando dopo un temporale compare l’arcobaleno, si dice che non sia solo un gioco di luce. Quella curva colorata che sembra un ponte tra due cime, il Massuccio e il Trivigno, la riconosce chi conosce la storia di Fra Pentito: un giovane nobiluomo che un giorno lasciò tutto per aiutare gli altri, e che una notte chiese a Dio di costruirgli un ponte per arrivare in tempo da chi aveva bisogno di lui. Questa è la sua storia.
Un consiglio: Leggetela insieme, o ascoltatela: è una storia che funziona ancora di più ad alta voce, soprattutto quando fuori piove e poi torna il sole.
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Accanto alla chiesetta di Santa Perpetua sorgeva, molti secoli fa, un convento. I monaci che vi abitavano vivevano del proprio lavoro ed erano benedetti da tutti per il bene che facevano.
Un giorno arrivò a Santa Perpetua, in stato di grande abbattimento, un nobiluomo valtellinese. La sera precedente si era trattenuto a banchettare con certi suoi amici, abbandonando troppo a lungo suo padre infermo, e tornando a casa l’aveva trovato deceduto. In seguito a quel fatto aveva deciso di rinunciare ai titoli nobiliari, di indossare il bianco saio dei monaci di Santa Perpetua e di dedicare la sua vita alla cura degli ammalati di Tirano e dei paesi vicini, con il nome di Fra Pentito.
Quell’inverno faceva molto freddo e il sentiero che dal convento portava giù alla contrada della Rasica era lastricato di ghiaccio. Gli spiriti del male si accanivano contro il giovane monaco.
«Frappentito, la notte è profonda: potresti cadere nel burrone.»
«Frappentito, nevica da troppi giorni e le vie sono impraticabili.»
«Fra Pentito, c’è la tormenta e ti accecherà.»
Trascorso l’inverno, i monaci passarono a San Romerio — la chiesetta gemella in bilico sul lago di Poschiavo — e Fra Pentito continuò a esercitare anche in quei dintorni le sue opere di misericordia.
Una notte gli parve di trovarsi sulla colma di Trivigno, nella capanna di un vecchio pastore che si era gravemente ferito mentre pascolava le sue pecore. Il montanaro chiedeva aiuto stendendo le mani verso il frate. Fra Pentito si curvò su di lui, ma improvvisamente si svegliò: era nella sua cella, aveva sognato.
Svelto si alzò e disse: «Vengo!»
«Vai, fraticello, vai se ci riesci!» sogghignò il maligno, che — seppur invisibile — gli stava sempre vicino per strapparlo dal suo voto. «Non sai che Trivigno è sul monte al di là dell’Adda, oltre Tirano?»
Per tutta risposta il giovane monaco si fece il segno della croce e andò a confidarsi col priore.
«Non ti basterebbero tre giorni di viaggio. È impossibile che tu possa giungere in tempo a salvare quello sventurato. Il sogno però potrebbe essere un segno del Signore.»
Fra Pentito chiese la benedizione, prese il bastone e si avviò per il sentiero che portava verso la vetta del Massuccio.
Il sentiero era erto, seminato di ciottoli aguzzi, ingombro di tronchi che sembravano mostri sorti da sottoterra per impedirgli il cammino, attraversato da radici tortuose come serpenti, fiancheggiato da arbusti di spine che afferravano come dita misteriose il saio del fraticello. Ogni tanto, come spinto da una mano invisibile, un macigno rotolava dall’alto, passando velocemente accanto a colui che saliva — senza però riuscire a toccarlo.
Nonostante i pericoli, Fra Pentito andava avanti senza fermarsi, ma quando giunse sulla cima era esausto. Di fronte, oltre la valle, vide la vetta del Monte Padre e Trivigno. Là, in una capanna, un uomo aspettava il suo aiuto.
Fra Pentito sapeva di dover scendere e poi risalire: giorni di cammino. «Mio Dio, mio Dio» implorò, «basterebbe il tuo volere a far sorgere un ponte per me.» Si inginocchiò, chiuse gli occhi, levò le braccia al cielo — e quando si rialzò vide un arcobaleno incurvarsi come un ponte luminoso dalla cima Massuccio alla cima Trivigno.
Balzò in avanti, ma una risata stridula che usciva da una roccia scura lo arrestò.
«Fraticello, fraticello, sei pazzo? Non sai che l’arcobaleno è fatto di nulla? Tu cadrai di piombo nei gorghi dell’Adda e laggiù ti aspetterò io.»
Fra Pentito guardò in basso il fiume vorticoso, poi davanti a sé il ponte che risplendeva, e cominciò a salire l’arco che culminava nel cielo alto.
Salì il candido frate — sembrava una colomba — poi scese verso l’altra cima, la toccò e scomparve.
«Rimane l’arcobaleno e sulla cima non ritorna» disse il frate al suo convento.
L’arcobaleno lo aspettò.
Ancora oggi, quando l’arcobaleno appare dopo un temporale su Tirano, si incurva come un ponte da cima Massuccio a cima Trivigno — e non sceglie altro posto.



