cyberbullismo sexting hate speech

Terza elementare, a settembre Enrico e Giulia inizieranno la terza elementare. Crescono velocemente. Quest’estate tra i compiti a casa, per le vacanze estive, hanno avuto da fare anche delle ricerche on line su alcuni musei che hanno visitato con la scuola. È stato un attimo, eravamo insieme al computer, Enrico ha premuto un paio di tasti e siamo finiti su un sito “a rischio”, con immagini molto violente. I bambini si sono spaventati e hanno cominciato a fare mille domande. Per fortuna ero accanto a loro e sono intervenuta subito, ma se non ci fossi stata? Cosa sarebbe successo? Cyberbullismo, sexting, hate speech, quali sono i rischi della rete? Cosa è il cyberbullismo? Cos’è il sexting? Cos’è l’hate speech? Come possiamo difendere i nostri figli?

Proviamo a rispondere a queste domande.

Cos’è il Cyberbullismo

Il bullismo, ahimè, non esiste solo nella vita reale, non è fatto solo di scherzi terribili e violenze ripetute tra i corridoi della scuola, ma corre anche dietro gli schermi di computer e cellulari. Il cyberbullismo è un magma di messaggi di ricatto, frasi offensive, foto private rese pubbliche o ancor peggio foto ritoccate e usate per insultare la vittima. È un bombardamento, che in maniera subdola invade e distrugge gli spazi virtuali dei nostri figli, deflagrando nella loro vita reale. Secondo i dati, raccolti a livello nazionale dal 2016 al 2018 su un campione di scuole secondarie di primo grado, da Ministero dell’Istruzione, il 20% dei giovani sarebbe stato vittima di atti di bullismo.

Chi è vittima di cyberbullismo non solo riceve offese dirette attraverso la rete, ma sa che quelle molestie vengono viste, lette e condivise da tantissime persone. Questi eventi sono pericolosi e generano nella vittima molta paura a denunciarli: c’è il timore che i genitori reagiscano in modo eccessivo (magari togliendo internet) oppure che i cyber-bulli possano vendicarsi per essere stati smascherati.

Cos’è il Sexting

E i pericoli della rete sono tanti e mutano velocemente. Da un’indagine che il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha realizzato in collaborazione con l’Università di Firenze per fotografare i comportamenti a rischio degli studenti, c’è il boom di un fenomeno nuovo: il sexting, ovvero inviare o ricevere foto o video provocanti. Il fenomeno “è passato dal 7% del 2016 al 9% del 2018”. I più colpiti sono gli adolescenti.

Cosa sono gli hate speech?

E il mondo della rete e della violenza è intriso anche di odio e razzismo. Fenomeno meno conosciuto, forse, ma altrettanto preoccupante è quello degli “hate speech”. IContro chi? Contro le donne, i migranti, i diversi, i deboli o semplicemente “gli altri”. Infatti, se solo il 6% dei ragazzi nella fascia d’età 9-17 “è stato vittima nell’ultimo anno di fenomeni di cyberbullismo” il 31% nella fascia 11-17 anni “ha visto online messaggi di odio o commenti offensivi”. Ed è pericoloso, molto pericoloso.

Cyberbullismo, sexting, hate speech, quali sono i campanelli d’allarme?

C’è Emilia Mangano, mia cara amica e psicologa, che da anni Con “Sciara Progetti” fa prevenzione nelle scuole sulla violenza on line e mi dice con forza: “Attenzione, un ragazzino vittima della violenza della rete ha difficoltà nel rendimento scolastico, disturbi del sonno, sentimenti depressivi e ansiosi e tende a chiudersi in se stesso e a non avere relazioni”.

Come fermare il Cyberbullismo, il sexting e gli hate speech

Come tutte le forme di violenza e soprattutto quelle on line, fermarle è impossibile, ma arginarle sì.

La prima vera arma per arginare questa silenziosa onda nera è la fiducia: bisogna creare attorno ai nostri figli un clima di fiducia. Se si fidano di noi e in qualche modo si sentono in pericolo ci chiederanno aiuto. E lo stesso vale per le scuola, se a scuola si parla di questi fenomeni e gli insegnanti sono attenti e ricettivi, i ragazzi avranno meno paura a denunciare e non solo saranno pronti a denunciare, ma anche a mettere in atto reali strategie di difesa.

Inoltre, bisogna stare attenti a non lasciarli mai troppo tempo da soli con computer o cellulare.

E, altre due “armi” sono: l’informazione e la prevenzione. E queste sono “armi” che richiedono il coinvolgimento dei genitori e degli insegnanti. Entrambi sono guide e devono aiutare i figli e gli studenti a capire cosa è l’odio, la discriminazione, la prevaricazione, la violenza e nello stesso tempo cosa vuol dire aiutare e aiutarsi, accogliere, rispettare.

I ragazzi devono essere preparati, corazzati direi, e si devono sentire forti per bloccare gli haters e denunciarli.

Ma non sempre è facile, allora possiamo chiedere aiuto proprio alla Rete.

 

Cyberbullismo, sexting, hate speech: un’App per aiutare i genitori

Un video che viola la privacy di una persona, non è divertente, è un reato. La discriminazione è violenza, anche se solo in un commento social. Ma i nostri figli spesso non hanno gli istrumenti per capirlo.

Il rapporto annuale 2017 dell’Osservatorio Nazionale sull’Adolescenza rivela l’abbassamento dell’accesso alle tecnologie da parte dei bambini. I bambini, fin da piccolissimi vengono dotati di un mezzo proprio che gli viene regalato dai genitori in media a partire dai 9 anni. Ma a nove anni un bambino ha le competenze per guidare la sua ricerca in rete? Ha gli strumenti per riconoscere e schivare pericoli?

Credo di no. Allora per creare una rete di protezione e difnedeci da casi di Cyberbullismo, sexting e hate speech esiste un App: Kaitiaki che si rivolge alle famiglie per aiutare a difendere i ragazzi dai pericoli on line e tutelare la loro privacy e alle scuole per insegnare a riconoscere il linguaggio e combattere i cyberbulli.

Cosa fa questa app:

  • Comprende il testo e riconosce schemi di comportamento a rischio ed anomalie nei profili.
  • Analizza immagini e video, individua nudità, frasi inappropriate, altri elementi di rischio.
  • Apprende nuovi modelli di comportamento, nuovi pattern, utili per la soluzione di nuovi casi.
  • Reagisce in tempo reale ai pericoli rilevati ed invia un allarme al genitore o al gestore dei profili.
  • E dato importante i genitori e gli operatori non possono accedere ai profili social dei figli o dei clienti, attraverso Kaitiaki. Perché anche il pensiero di controllare gli spazi on line dei nostri figli, per proteggerli, non è giusto.

 

Kaitiaki è una parola Maori che significa “Guardiano”, del mare, del cielo e della terra. E anche questa App è come un guardiano silenzioso da installare sui computer delle nostre case e sui nostri smartphone, genitori e figli insieme.

 

 

 

 

 

Post in collaborazione con Kaitiaki, membro permanente di IESI, Progetto della Commissione Europea per l’innovazione sociale abilitata dalla ICT

 

Abbiamo inaugurato la rubrica giochi in viaggio, chiedendo alle famiglie amiche su Instagram, trucchi, giochi, ed espedienti per intrattenere i bambini nei viaggio, ma non solo, anche in casa o al ristorante. E di idee ne sono arrivate tante, dal gomitolo di lana alla playlist musicale, dai regalini, ai giochi di memoria, colori, fogli, pongo e origami, giochi di squadra. Troppo facile dare in mano ai bambini un tablet per tenerli occupati. Ma se invece che accendere il tablet e basta, insegniamo ai nostri figli a usare la tecnologia, cosa succede?

A Enrico e Giulia, fino ai tre anni, non abbiamo fatto usare la tecnologia (e non l’abbiamo mai usata neanche noi in loro presenza) e ora, che hanno sei anni e mezzo, usano il tablet per vedere film e cartoni in inglese, nel fine settimana o in aereo.

Ma, come sempre, non ci piace viaggiare in una sola direzione nè viaggiare da soli, perciò usiamo il blog per accogliere pareri diversi dal nostro, scelte che noi non abbiamo fatto, idee di famiglie come noi.

Sulla tecnologia noi abbiamo fatto una scelta. Ma ci sono tante scelte possibili e utili per i nostri figli, se sono scelte e non vie di fuga.

E proprio su Instagram abbiamo incontrato due genitori che hanno fatto un vero e proprio percorso verso la tecnologia, un percorso che troviamo fantastico e che ci propone anche tante idee per i giochi da mettere nello zainetto da viaggio.

 

 

 Io sono Elisa @pazzy79 e sono una mamma di due bimbi: ci piace la natura, viaggiare, conoscere, scoprire e crescere insieme… insomma una famiglia come tante altre… normale!

 

 

 

 

Impariamo a usare la tecnologia e insegniamolo ai nostri figli

Io e mio marito Luca, ai nostri bambini abbiamo insegnato ad andare in bicicletta, con lo skate, a nuotare e tuffarsi, giocare a carte, giochi in scatola o semplicemente andare in giardino ed osservare la natura, fare una passeggiata ed esplorare cosa c’è intorno, inventare giochi nuovi con ciò che si trova, ma un giorno ci siamo accorti che il cellulare e il tablet sono parte della nostra vita quotidiana (lavoro, informazione, utilità) come tanti altri strumenti e più cercavamo di tenerli lontani da tablet e smartphone, più ci sembrava che diventassero il loro “oggetto dei desideri”, bastava che papà avesse in mano il cellulare per fare una foto, che nostro figlio lo voleva per provare anche lui (giustamente)….

Un percorso educativo PRO-tecnologia

Non andava bene così, perciò abbiamo deciso un percorso educativo dei nostri bambini PRO-tecnologia e non contro, partecipando ad incontri per capire meglio i benefici e i problemi legati a questi nuovi “strumenti”, abbiamo deciso che, anche se quando eravamo piccoli noi non c’erano, oggi nella vita dei nostri figlio la tecnologia c’è, e prima o poi dovranno conoscerla, perciò abbiamo deciso di farlo noi genitori, come abbiamo insegnato loro ad usare il cucchiaino, poi la forchetta ed infine il coltello in base alla loro età e capacità, così abbiamo fatto per la “tecnologia”, in dosi e modalità differenti , in base all’età, abbiamo fatto conoscere e insegnato ad usare questi nuovi “strumenti tecnologici” ai nostri bambini.

Insegniamo ai nostri figli a usare la tecnologia: app  in base all’età

A 2-3 anni abbiamo iniziato ad utilizzare il cellulare insieme ai nostri bambini, prima con il figlio più grande e poi con il secondo, all’inizio usavamo il cellulare (il tablet ancora non lo avevamo) solo a casa, in tranquillità come fosse un qualsiasi altro gioco (un puzzle, un memory, una ruota degli animali) senza dare troppo peso solo perché era “contenuto” nello smartphone, piuttosto che in una scatola di cartone come altri giochi.

In base all’età abbiamo scelto alcune applicazioni dedicate alla loro, ricordo una che mostrava gli animali, faceva sentire il verso più il nome dell’animale, nel 2010 le app gratuite non erano molte e non erano il massimo, ma in pochi anni si sono evolute migliorando notevolmente.

 

Insegniamo ai nostri figli a usare la tecnologia: ci vogliono delle regole

bambini tabletQuesto approccio ci ha dato modo di avvicinare i bambini alla tecnologia in modo “sano”, con delle regole accettabili per i bambini e simili a quelle che si danno per tutti i giochi analogici, per esempio “finita la partita mettiamo via” così da limitare anche il tempo di utilizzo, ma sopratutto in modo sereno per tutti, questo metodo a ridotto il fattore “tecnologico” a un fattore semplicemente di “materiale” con cui è costruito e non un modo di giocare più interessante degli altri.

Non era più l’ “oggetto desiderato” o il  “passatempo che diamo così sta buono”, ma un gioco come un altro, con delle regole, dei tempi per giocare insieme e dei tempi in cui non si può usare.

Il tablet diventa una scatola dei giochi in viaggio

A 5 anni il loro rapporto con queste tecnologie, ha “trasformato” il tablet in una “scatola” dei giochi da viaggio, i bambini, ormai grandicelli, hanno iniziato a prepararsi il loro zainetto con i giochi analogici (macchinine, blocco, matite, libretto preferito o simili) e il tablet che per loro è diventato solo un “contenitore” di giochi che nello zaino non ci stavano perché ingombranti (forza4, puzzle, libri illustrati ecc.) sapendo che in vacanza non si può portare tutta casa (pensiamo in aereo dove lo spazio dei bagagli è minimo) il tablet era un modo per portare con noi un gioco in più.

Essendo considerato “gioco” alcune regole sono le stesse usate normalmente: non si gioca a tavola mentre si mangia, non si gioca quando siamo in compagnia di altri bambini con cui giocare, non si gioca se c’è altro da vedere e fare.

Il tablet e le app interattive dedicate alla geografia o alla storia

Il tablet-cellulare pian piano si è trasformato anche per loro in un “strumento”, a quel punto abbiamo inserito app più interessanti ed istruttive, per esempio dedicate alla geografia, alla storia o semplicemente per ripassare le tabelline in un momento “morto” in modo divertente, trasformandolo in ciò che è: uno strumento tecnologico con tante utilità.

Insegniamo ai nostri figli a usare la tecnologia: il tablet è uno strumento

Oggi nostro figlio ha 11 anni, ha un cellulare e l’età per capire perché da genitori abbiamo attivato sul suo cellulare tutti i metodi per proteggerlo dai pericoli della rete (parent control, fa parte del sistema “famiglia” ecc), capire le regole che gli abbiamo dato per la sua sicurezza e la privacy. Il risultato è che siamo felici di vedere che, anche per lui, il cellulare è diventato un utile “strumento”, come per noi adulti.

Lo usa come “strumento”, come è giusto che sia: devo organizzarmi con gli amici, mando un messaggio, devo fare una traduzione se sono a casa ho il vocabolario, ma se sono all’estero ho un’app che mi aiuta a tradurre qualsiasi lingua, ho un’app che mi aiuterà a conoscere meglio la natura, i luoghi che visito, perché se sono a casa ho l’enciclopedia ma se sono in vacanza ho una “biblioteca in tasca”, certo anche lui ha qualche giochino per rilassarsi, ma le regole di moderazione apprese da piccolo sono ormai regole acquisite.

La nostra esperienza ci ha insegnato che i bambini possono imparare a fare qualsiasi cosa, se noi glielo  insegniamo, questo vale per tutte le attività, passioni, competenze… perché allora non insegnare loro come usare la tecnologia?

 

 

kuxo vestiti bimba primavera 2019

Mia madre è stata sempre una donna super pratica. Ricordo ancora con chiarezza una discussione quando io avevo 4 anni, in una giornata di neve a Bergamo:  volevo indossare la gonna. “Mamma sono una femmina”, continuavo a ripetere risoluta. Lei alla fine per accontentarmi mi mise i pantaloni, come aveva deciso, e da sopra la gonna.  Ero buffissima e sgraziata. Ma io, in qualche moda orgogliosa per la mia vittoria, andai a scuola con la gonna sui pantaloni, come se stessi indossando un vestito da principessa. Ed ecco la grande domanda: come vestire i bambini per viaggiare e per giocare tutti i giorni? Praticità o eleganza? Qualità o risparmio?

Io amo per i bambini amo i vestiti belli e comodi per giocare. Ma come ho dimostrato a 4 anni non rinuncio alla vanità femminile ( e maschile, avendo due gemelli).

Come vestire una bambina di sei anni

Kuxo primavera 2019 bimba
Primavera 2019

Se mia madre era una donna super pratica, io sono una via di mezzo, nella quotidianità jeans e maglietta, ma amo anche le gonne di tulle, puro stile ballerina. Giulia invece è super vanitosa. Ma da chi ha preso? 

Da quando è piccolissima ama scegliere i suoi vestiti da sola. Ama le collane, i volant, le stole…i pizzi e i ricami. È super femmina. Ama gli accessori: cappelli, borse, occhiali, orologi (in questa foto orologio Hip-hop,  brand made in Italy). Eppure allo stesso tempo è un maschiaccio, una scimmietta, ama correre, arrampicarsi, sfidare il fratello in gare di salti e skate.

E, allora, quali vestiti scegliere? La mia risposta è: vestiti di buona qualità, eleganti, ma versatili.

 

Come vestire un bambino di sei anni

Kuxo - Primavera 2019
Kuxo – Primavera 2019

Enrico ha un solo grande problema: buca tutti i pantaloni alle ginocchia. Un paio di pantaloni gli dura un mese, se va bene, sia di tuta che di jeans.

Io ormai in casa sono la regina delle toppe.

Per la parte superiore invece, scelgo sempre fibre naturali e tessuti non troppo pesanti, perché corre, salta, è sempre in movimento e tende a sudare.

E, confesso, se da un lato amo farlo giocare e farli sporcare mi piace molto anche se è ordinato e vestito come dire con il bon ton italiano (soprattutto se i capi sono, poi facili da lavare)

Vestiti per bambini per viaggiare e giocare: abbiamo scelto Kuxo

Con due gemelli scegliere i vestiti diventa cruciale nell’economia familiare. Quindi, le priorità per me sono

  • Capi di ottima qualità e resistenti
  • Fibre naturali
  • Abiti comodi e versatili

Il terzo punto è fondamentale, spesso usciamo la mattina e torniamo a casa la sera e i bimbi devono essere comodi e sempre in ordine.

E anche in viaggio: in valigia non si può portare un intero guardaroba, bisogna fare delle scelte e allora a se ho gonne, pantaloni, maglioni e magliette che posso lavare velocemente e adattare alle diverse soluzioni per me è un grande vantaggio

Kuxo Primavera 2019
Abito bimba Kuxo Primavera 2019

Ecco perchè per questa primavera abbiamo scelto il made in Italy di Kuxo.

Il marchio Kuxo è completamente Made in Italy, e ha due grandi punti di forza: grande qualità dei tessuti e dei filati e la tecnologia seamless.

Cosa è la tecnologia seamless? Una tecnica che permette di realizzare capi senza cuciture. Enrico e Giulia hanno adorato i loro abiti senza cuciture, comodissimi per due piccoli terremoti come loro.

Questa domenica, per esempio, siamo usciti in skate e Giulia con i leggings e il vestito largo e comodo stile marinaretta di Kuxo, era elegante, ma anche super comoda per giocare.

E qualche week end fa siamo stati in Umbria e abbiamo sfruttato moltissimo l’abitino Kuxo dal taglio irregolare e ampio, perché essendo di maglina è caldo, ma non fa sudare e con il tempo folle di questa primavera è stata una soluzione ideale.

Kuxo Primavera 2019
Maglioncino Kuxo Primavera 2019

Stesso discorso per Enrico, il maglioncino, Kuxo è morbidissimo.  E lui che spesso si lamenta – da vero maschio – che le maglie gli danno fastidio, ha promosso la mia scelta a pieni voti. Ottimo anche per questa pazza primavera-invernale il filato del maglioncino, caldo, ma non troppo.

Ha polsini alti e morbidi, così lui, che spesso si tira su le maniche per giocare, non rovina la maglia. Il collo è largo: io non ho usato camicie (Enrico non le sopporta molgo), e l’ho fatto indossare  solo con una semplice t-shirt sotto.

Vestiti per bambini: l’importanza dei dettagli

Kuxo Primavera 2019
Kuxo – Primavera 2019

I bambini quando giocano hanno bisogno di tasche grandi in cui nascondere piccoli tesori  e di tessuti morbidi per piegarsi, saltare, correre, arrampicarsi.

Kuxo Primavera 2019
Kuxo, cotone morbido

Soprattutto per i maschietti (almeno nel mio caso Enrico è più insofferente), maniche e colli devono essere larghi e comodi.

Kuxo Primavera 2019
Grandi tasche e taglio irregolare e comodo

I bambini guardano le piccole cose e quando si parla del loro mondo i dettagli sono importantisismi.

 

Vestiti per bambini: io e la mia piccola Minime con Kuxo

Per chi mi conosce ,poi, sa che amo vestire come Giulia. Ma come faccio? Compro la taglia più grande, quella per teen-ager. Kuxò veste da 0 a 16 anni. Quindi ora sono tentatissima di sfogliare la collezione primavera estate per trovare un look mini me con la mia piccola me.

Homeschooling

Cari genitori viaggiatori, se nella prima presentazione della nostra rubrica sulla homescholing vi siete incuriositi e state cercando di capire di più di questo nuovo entusiasmante metodo di insegnamento ai vostri figli, vi aiutiamo cercando di raccontarvi come si compiono i primi passi per la scuola in famiglia. Vi raccontimao tutti i passaggi per fare l’homeschooling: ecco le leggi in Italia.

 

Sonia China

Mi chiamo Sonia China e curerò questa rubrica. Da circa cinque anni mi occupo di modelli di educazione alternativi e innovativi ed ho fondato un’azienda Tinkidoo, che costruisce esperienza di formazione rivolta principalmente all’acquisizione delle competenze digitali.

Aiutiamo bambini e genitori ad adottare nuove strategie per l’educazione al digitale in famiglia e i bambini si divertono tantissimo con noi grazie ai laboratori e corsi di Coding, robotica e competenze digitali.

Che cosa imparano? Un rapporto sano, consapevole e creativo con la tecnologia.

Homescoling, le leggi in Italia

Molto più semplice di quanto non si pensi adempiere agli obblighi burocratici.

La comunicazione, infatti, va fatta con una semplice lettera all’autorità competente, nella quale dichiarate che adempierete voi stessi all’obbligo d’istruzione per i vostri figli.

 

Chi è l’autorità competente per chiedere di fare la scuola in famiglia?

Il  sindaco sul territorio, dirigente scolastico e dirigente scolastico.

Se i vostri figli sono già iscritti a scuola, va comunicato alla scuola anche il ritiro dei bambini dalla stessa.

Vi chiederanno se avete le capacità e le competenze per svolgere questo compito. Si chiama: richiesta di certificazione delle capacità tecniche ed economiche.

Vi basterà un’autocertificazione in cui indicate i vostri titoli e quelli di chi si occuperà dell’istruzione parentale.

Homeschooling
Studiare a casa dai sei anni

Homeschooling: da che età?

Messo in chiaro l’Homeschooling e le leggi n Italia, quando parliamo di homeschooling ci riferiamo alla fascia di età in cui l’istruzione è obbligatoria e quindi quando i genitori decidono di si sostituire quella presso la scuola con quella parentale.

La scuola in Italia è obbligatoria dai 6 ai 16 anni.

Nella fascia di età precedente ai sei, più che di homeschooling possiamo parlare di unschooling, un approccio meno strutturato all’istruzione ed all’apprendimento.

Unschooling: viaggiare per imparare

Il termine è stato coniato da John Holt, scrittore, ingegnere e pedagogista statunitense autore di molti testi sulla descolarizzazione.

Nella sua newsletter “Growing without schooling” genericamente parlava di poter imparare senza andare necessariamente a scuola.

L’evoluzione del metodo oggi definisce le famiglie che educano i proori figli ad un sapere libero, lasciando che siano i talenti, le ambizioni e le necessità dei figli a definire i sapere da apprendere.

Il bambino che diventa la guida delle proprie scoperte, con un adulto che lo accompagna e sostiene le scelte.

Una filosofia che si accompagna a molte nuove famiglie che scelgono, ad esempio, percorsi naturali e viaggio come strada di insegnamento.

Erika Di Martino scuola a casa
Erika Di Martino

Erika Di Martino, una mamma speciale che pratica homeschooling viaggiando.

Erika ha fondato il network italiano si educazione parentale, educazioneparentale.org e costruito una community di genitori che, come lei, utilizzano l’unschooling anche per poter viaggiare di più con i bambini.

Spesso nel suo blog racconta delle sue lunghe 5 settimane a Lanzarote e in molti altri posti.

Viaggiare con i bambini è una strada di educazione alla multiculturalità importante. Guarda ad esempio il viaggio il viaggio in CINA di Enrico e Giulia.

L’homeschooling consente ai genitori viaggiatori di approfittare di offerte importanti e viaggiare low budget con tutta la famiglia perché si può muoversi fuori dai periodi in cui tutti si muovono.

Unschooling: imparare facendo

Praticare l’ unschoooling vuol dire anche lasciare libero il bambino di apprendere dandogli i giusti stimoli ma seguendo i suoi naturali talenti.

L’unschooling, che è una versione meno strutturata dell’homeschooling, interroga però i genitori su una domanda importante: che tipo di apprendimento e di educazione scelgono per i propri figli?

Perché l’educazione parentale parte dal presupposto che chi la pratica abbia approfonditamente ragionare su come i bambini apprendono.

Non è necessario essere esperti di pedagogia, ma appassionati di letture si.

 

Vi consigliamo una booklist per iniziare

Dell’autore: John Holt

How children learn

Learning all time

DI Giorgia Petrini

La scuola non esiste

 

Se siete curiosi di come iniziare a praticare homeschooling, programmi e community attive non perdete la prossima uscita della rubrica!

Ci sono molti consigli in arrivo ☺

Buon viaggio a tutt*

 

Cos'è l'homescholing

Nasce da oggi uno spazio di Viaggiapiccoli dedicato all’ Homescooling, al mondo dei genitori che viaggiano e vogliono assicurare continuità di studio e apprendimento ai propri figli.

Il viaggio stesso, che per alcuni sta diventando anche una caratteristica del lavoro, è una strada di apprendimento fondamentale per i bambini.

Un’educazione cosmopolita e multiculturale, uno stimolo importante alla scoperta, un allenamento alla curiosità oltre che un enorme patrimonio di conoscenza.

 

Sonia China

Mi chiamo Sonia China e curerò questa rubrica. Da circa cinque anni mi occupo di modelli di educazione alternativi e innovativi ed ho fondato un’azienda Tinkidoo, che costruisce esperienza di formazione rivolta principalmente all’acquisizione delle competenze digitali.

Aiutiamo bambini e genitori ad adottare nuove strategie per l’educazione al digitale in famiglia e i bambini si divertono tantissimo con noi grazie ai laboratori e corsi di Coding, robotica e competenze digitali.

Che cosa imparano? Un rapporto sano, consapevole e creativo con la tecnologia.

 

Genitori in cerca di risposte

Tutte queste esperienze formative alternative mi hanno fatto incontrare, negli anni, molti genitori in cerca di risposte a domande sempre più grandi e importanti. Cambia, infatti, molto rapidamente il modo in cui vogliamo prenderci cura dei bambini, l’esigenza di compiere la missione educativa sempre più pienamente, l’attenzione ai percorsi scelti e ai contenuti che diamo ai figli. E spesso queste risposte non arrivano dai modelli educativi tradizionali che faticano ad adattarsi a questi veloci e necessari cambiamenti.

 La scuola parentale

Una delle esperienze innovative più interessanti è quella della scuola parentale, homeschooling. Un fenomeno sempre esistito (per moltissimo tempo è stata l’unica forma di istruzione), oggi in aumento. Un aumento che nasce negli USA ma che anche in Europa e in Italia si sta diffondendo rapidamente.

E di certo i genitori viaggiatori trovano nell’homeschooling risposta alla domanda: come si concilia il desiderio di affiancare l’apprendimento dei propri figli alla scuola del viaggio?

In questa rubrica conosceremo meglio il fenomeno in tutti i suoi aspetti, incontreremo esperti di scuola parentale, confronteremo pareri e scopriremo alcuni esempi importanti e affermati in Italia.

Fino alla conoscenza delle community di supporto che esistono non solo in Italia.

 

scuola parentale
Studiare a casa

Cos’è l’homeschooling?

 Homeschooling: Testualmente la scuola a casa.

Ma facciamo un po’ di ordine.

Esistono tre forme differenti di scuola parentale.

La più diffusa è quella in cui i genitori con strumenti propri o in comunità di supporto, decidono programmi e attività dei propri figli direttamente a casa.

Essendo, però, una forma educativa che richiede confronto, attività e contenuti anche da parte di esperti, si diffondono sempre di più quelle che sono definite le scuole parentali: scuole nelle quali i genitori guidano la formazione, i programmi, impartiscono le lezioni.

Quando si parla di homeschooling, bisogna distinguerne tre forme. Potremmo definire questa seconda forma, l’educazione parentale di comunità: le famiglie si riuniscono in cooperative per costruire l’educazione dei propri figli.

Infine c’è l’apprendimento autonomo attraverso piattaforme web.

Scuola a casa i numeri
Quanti bambini studiano a casa

I numeri della scuola parentale in Italia e nel mondo

Secondo uno studio del MIUR che studia il fenomeno sia in Italia sia in altri paesi per comprenderlo meglio e adattare anche la legislazione a questa nuova esigenza, negli Stati Uniti siamo a circa due milioni, seguono Inghilterra e Canada con circa 70.000 bambini in homeschooling. L’Italia per ora vede solo 1500 casi, ma anche qui il fenomeno è in rapida espansione.

Molti Paesi sono alla terza generazione di homeschoolers.

900 sono le Università nel mondo che accettano iscrizioni da Homeschoolers, tra queste YALE, Harvard, Princeton.

I temi da esplorare

Legato al tema entusiasta di poter impartire autonomamente istruzione ai propri figli a casa o in scuole di genitori, ci sono sicuramente molte informazioni da conoscere.

Il primo tema da esplorare è la legislazione, che in ogni Paese è differente.

Poi bisogna capire come organizzare la vita scolastica degli homeschoolers. Spesso, infatti, i genitori che scelgono le scuole parentali cambiano stile di vita per potersi adattare alle nuove esigenze di tempo da dedicare. O proprio il loro cambio di stile di vita (tra questi la decisione di viaggiare spesso e per lunghi periodi) incide sulla scelta dell’homeschool.

I contenuti sono l’altro grande tema dell’educazione parentale.

Non esistendo programmi fissi e imposti dal Ministero dell’Istruzione, è lasciata alla scelta dei genitori la decisione su cosa insegneranno, come, con quali regole.

Na grande responsabilità che presuppone molta dedizione e molta attenzione oltre che grandi conoscenze.

Per questo spesso i genitori scelgono di strutturarsi in gruppi /cooperative e supportare la formazione anche con l’aiuto di esperti.

Vi abbiamo incuriosito?

State già sbirciando per capire come fare a viaggiare più spesso e portare sempre i figli con voi assicurando loro la giusta istruzione senza perdere giorni di scuola?

Continuate a seguirci!

Nel prossimo appuntamento ospiteremo l’autrice di un libro dal titolo molto intrigante: La scuola non esiste

La intervisteremo per capire il fenomeno delle scuole parentali in Italia, la legislazione e tante altre curiosità.

 

 

Moda etica mamme scalda collo

“Ciao mi chiamo Sonya Masacoy e sono una mamma sarta, spero che questo capo di moda etica ti accompagni per tante stagioni con la stessa cura e con lo stesso amore con cui l’ho cucito io”. Inizia così la lettera che accompagna il mio scalda collo in jersey nero con interno in bambù rosa. Come avete capito mi sono innamorata delle fibre naturali, adattissime a chi viaggia e ai bambini. Ma questo scalda collo ha un valore in più: oltre alle proprietà del bambù, nasce da un progetto di Moda etica studiato da Amrita Kids per le mamme rifugiate e vittime della tratta.

“Vogliamo insegnare un mestiere a queste mamme: l’arte del cucire – mi spiega via chat Olesea Ionita – ma soprattutto vogliamo insegnare loro a costruirsi un lavoro, che vuol dire fare i conti con tasse, ricevute, commissioni, clienti, organizzazione di impresa Vogliamo insegnare loro bellezza e concretezza”. Le mamme hanno cominciato con gli scalda collo, ma proprio in questi giorni stanno partendo anche con un nuovissimo progetto per realizzare gonne di design.

“Il mio obiettivo è di far diventare tutte queste donne, che oggi sono mie allieve, delle team leader – dice Olesea- per ora abbiamo iniziato con le donne africane, ma presto vogliamo coinvolgere anche le donne vittima della tratta delle bianche”.

Cosa c’entra tutto questo con i viaggi? C’entra con il nostro modo di viaggiare: viaggiamo per diventare cittadini del mondo, per imparare che le differenze sono un’occasione, per scoprire nuovi mondi e farli nostri…per portarli nella nostra quotidianità.

Ecco lo scalda collo rosa firmato da Sonya, ogni volta che lo indosso, mi porta a casa sua, una casa lontana, in un paese in guerra, una casa in cui non c’è spazio per i sogni… sogni che invece oggi, in Italia, tornano a diventare possibili, anche grazie a me, che ho premuto un tasto sul mio computer è ho comprato un capo realizzato da lei… e soprattutto grazie alle sarte volontarie di Amrita Kids che stanno donando a Sonya e alle altre mamme la loro arte.

Lo scala collo firmato da Sonya

Un capo firmato dalle mamme

Ma la cosa più bella è indossare un capo FIRMATO, firmato da un rifugiato di guerra. Ed è firmato a mano, etichetta in pelle, attaccata a mano come nelle migliore Couture. Ce ne sono di tutti i tipi più caldo, meno caldo, più grande e piccolo. Io ne ho comprato anche uno in puro cotone, foderato con stampa africana di colore, con pizzo di velluto e realizzato Esther Ajta è una sarta invisibile, una rifugiata arrivata con un barcone.

Sono tutti pezzi unici, tutti diversi. Li trovate sul profilo Instagram di Amrita e costano 20 euro. Si può pagare con paypall e con contrassegno.

A relizzarli sono donne, mamme e sarte invisibili che con la forza del loro nome e di quelle etichette in pelle, cucite a mano, vogliono ritrovare la forza del proprio io.  Siamo il nostro nome e se il nostro nome ci fa sentire importanti vuol dire che siamo vive e possiamo realizzare qualunque impresa.

In questa firma c’è il diritto a esistere. Indossare questo scalda collo per me significa riconoscere a una donna come me il suo essere madre e il suo essere lavoratrice autonoma, forte, indipendente.Lo scalda collo firmato da Esther

Il progetto nella Sartoria Sociale

Le mamme rifugiate si incontrano e lavorano in un posto bellissimo di la nuova Sartoria Sociale di Chieri (Torino), inaugurata lo scorso marzo. Un progetto innovativo, portato avanti dalla Fondazione Chierese per il Tessile, che mira a realizzare un laboratorio e un centro di socializzazione sui temi del tessile all’interno del Museo del Tessile di Chieri. E in cui Olesea Ionita fanno volontariato e stanno creando questo piccolo-grande atelier di mamme sarte.

au-pair famiglia inglese bambini

Avete mai pensato di ospitare una ragazza Au-pair in casa? Per viaggiare è necessario riuscire a comunicare. Questa, per certi versi, è un’arte che nessuno può insegnare, nella quale bisogna arrangiarsi con gesti, espressioni, perfino disegni (una volta in Giappone a me, Cristina, è capitato di disegnare per farmi capire!); ci saranno sempre dei posti nel mondo in cui le difficoltà saranno grandi come quelle che abbiamo incontrato noi in Cina (e non ci siamo scoraggiati, anche se certe volte era da impazzire…)

Se conosci almeno due lingue diventa tutto più facile. L’ideale sarebbe conoscere l’inglese e lo spagnolo. Con i nostri bambini noi abbiamo cominciato con l’inglese. Abbiamo scelto di investire sul loro futuro facendogli imparare l’inglese sin da piccoli.

E ha funzionato! Anche viaggiare con loro oggi è più facile, perché non si annoiano mai, interagiscono, fanno domande, seguono le visite guidate, fanno amicizie. E, credetemi, è un gran vantaggio.

Purtroppo la scuola italiana, per quanto cerchi di introdurre in maniera più capillare la lingua straniera, è molto indietro. Anche in alcune scuole che si definiscono bilingui, i bambini imparano i numeri, i colori e qualche canzoncina.

Ma noi non abbiamo aspettato la scuola, abbiamo deciso di provare con le au-pair (ragazze alla pari).

Cosa è un’au-pair

Un’au-pair è una ragazza che viene a vivere in casa tua. Non le dai un vero e proprio stipendio, le devi offrire vitto, alloggio e una paghetta settimanale, commisurata a quello che le chiedi di fare in casa.

Che cosa comporta avere un’au-pair in casa?

Avere un au-pair è una di quelle cose che spiazza. I sentimenti più comuni dei nostri amici a cui raccontiamo della nostra esperienza sono la diffidenza e la paura di perdere la propria privacy. La reazione più comune che sentiamo è : “Che bello, però io un’estranea giorno e notte non la vorrei, viola la mia privacy”.

Non siamo d’accordo! La ragazza alla pari non è un’estranea, o almeno non bisogna accoglierla con questo atteggiamento: è, invece, una “big-sister”, una sorella maggiore temporanea che si occuperà dei vostri figli, non un’estranea.

A che età si può pensare di prendere una au-pair in casa?

Appena possibile. Noi abbiamo iniziato quando i bimbi avevano un anno e mezzo, ma si può cominciare anche prima. In tanti dicono che i bambini rischiano di confondersi e di iniziare a parlare più tardi. Secondo la nostra esperienza, i bambini sono spugne, che assimilano tutto con grande facilità, e sono perfettamente in grado di imparare due lingue contemporaneamente (sono gli adulti a non essere in grado di farlo!).

Oggi Enrico e Giulia hanno sei  anni e parlano un ottimo inglese con una pronuncia British che un adulto (o un bambino più grande) non avrà mai.

Au-Pair per i bambini

Cosa bisogna chiedere ad un’au-pair?

Dipende dall’età dei bambini.

  • Secondo noi, da zero a cinque anni le ragazze alla pari devono essere delle semplici compagne di gioco. Ogni ragazza ha un talento, c’è quella a cui piace cantare, quella a cui piace disegnare… ognuna troverà il suo canale per entrare in contatto con i piccoli.
  • Dai sei anni ai nove anni possono aiutare i bambini a imparare a leggere e scrivere in inglese. Ricordate, però, che non sono delle insegnanti. A noi sono capitate ragazze molto preparate e ragazze che con la grammatica avevano qualche problema; perciò, in linea generale possono essere un aiuto, soprattutto per i suoni, ma non sono sostitutive di una insegnante.
  • Dai nove anni in poi la loro presenza di una au-pair in casa può essere utile per la conversazione e per insegnare ai bambini termini della vita quotidiana: condividere la cena, andare a fare la spesa insieme, fare due chiacchiere in salotto.

In casa le au-pair fanno i lavori domestici?

Possono anche farli, se richiesto, ma è un di più che deve essere retribuito a parte. Noi, alle nostre ragazze, abbiamo chiesto sempre solo di tenere pulita la loro stanza e di lavare i piatti usati e la cucina dopo averla usata.  

Dove dormono?

Devono avere una stanza loro, con wi-fi (fondamentale per loro) e possibilmente un bagno in esclusiva.

Sono affidabili?

Per la nostra esperienza sono tutte ragazze molto dolci, spesso con sorelline e fratellini piccoli. Però sono anche ragazze giovani, e noi viviamo in una città complicata come Napoli, perciò abbiamo sempre un’altra persona in casa e non le lasciamo andare da sole a prendere i bambini da scuola. A qualcuna, che è rimasta con noi più di un anno, abbiamo dato più responsabilità.

Quanto tempo rimane in Italia una ragazza alla pari?

Da un mese a tutta la vita, dipende dalla ragazza e dalla famiglia che la ospita. Le au-pair vengono in Italia per fare un’esperienza, di solito. In genere preferiscono le grandi città ai piccoli paesi, ma non è detto. Il tempo della permanenza dipenderà molto da come si adattano alla casa, alla famiglia ed al posto in cui vivono.

Quanto tempo le ragazze alla pari trascorrono con i bambini?

A casa nostra abbiamo sempre chiesto l’impegno il pomeriggio dalle 16 alle 20, dal lunedì al venerdì. Nei week end le nostre au-pair sono libere, e spesso ne approfittano per fare delle gite o dei “viaggetti” (da Napoli due o tre giorni a Roma o Firenze sono facili da organizzare e non costosi).

Quello che a noi interessa è che siano felici e stiano bene, anche perché così sono molto più motivate a rimanere. Dai racconti delle nostre au-pair sappiamo che alcune famiglie le spremono e le trattano come “servitù”; noi non siamo d’accordo con questo approccio, pensiamo che sia il modo più sbagliato di trattare una persona a cui affidate i nostri figli.

Cosa mangiano?

Non si può generalizzare, sono ragazze giovani. A noi è capitato un po’ di tutto, dalla salutista a quella che mangia solo dolci, patatine e surgelati, e pure una che ha cucinato nella nostra cucina spaghetti infilzati nei wurstel. In genere chiediamo loro di farsi la spesa da sole e poi rimborsiamo noi, ma spesso mangiano anche con noi o con i nostri bambini.

Come troviamo una ragazza alla pari?

Ci sono un paio di siti specializzati. Noi preferiamo aupairworld.com, si trovano sempre molte ragazze che cercano una famiglia, ed ha consigli e regole a cui rifarsi tanto per le au-pair quanto per le famiglie ospitanti. L’iscrizione, assolutamente necessaria, costa fino a 40 euro al mese (iscrivendosi per più mesi, il costo diminuisce).

Come capisco qual è la ragazza alla pari giusta per noi?

Di solito si capisce quando se ne va… Scherzi a parte, non è facile, ci vuole un po’ di fortuna. La conoscenza avviene prima via messaggio, poi via videochiamata, però è solo quando inizia la convivenza che si inizia a capire con chi si ha a che fare. Noi abbiamo avuto dieci ragazze alla pari, con alcune è stata subito intesa e continuamo a sentirci almeno una volta al mese, di altre, dopo che sono andate via, abbiamo perso le tracce.

Di che nazionalità sono le ragazze alla pari?

Sui siti troverere ragazze di tutta Europa e non solo, anche americane e canadesi, per esempio. Noi abbiamo scelto sempre ragazze del Regno Unito, perchè hanno una pronuncia più pulita e rispetto alle americane, non hanno problemi con il permesso di soggiorno. Anche le spese per i voli aerei dall’Inghilterra (Rispetto all’america)

Cosa devo assolutamente sapere prima di prendere un au-pair in casa?

  1. Cercare un au-pair è praticamente un lavoro: devi cercare le ragazze, contattarle, sollecitarle. Ci vogliono anche due mesi dall’inizio delle ricerche a quando la andate a prendere in aeroporto.
  2. Le ragazze che vogliono fare le au-pair in genere sono ragazze inquiete che non sanno che strada prendere e vogliono provare un’esperienza all’estero. Non sempre sono motivate quanto vi fanno credere, cambiano idea spesso. C’è sempre un nonno che muore, un fidanzato che le lascia, un’amica, una zia, una cugina che ha improvvisamente bisogno di loro,e non possono più venire da voi.
  3. Sono ragazze giovani, prenderanno l’abitudine di uscire tutte le sere, rientrare nel cuore della notte e svegliarsi tardi la mattina. Se non lo fanno, preoccupatevi, potrebbe voler dire che non si stanno divertendo …

I bambini si affezionano alle au-pair?

Vivendo a stretto contatto i bambini si affezionano a tutte, e quando vanno via non è facile per nessuno. Però a volte si creano legami talmente forti che l’amicizia continua, e si creano le occasioni per rivedersi.

 

Ospitare un’au-pair è un’esperienza educativa e linguistica, ma soprattutto è un’epserienza che coinvolge tutta la famiglia: prima di ospitare una ragazza dovete fare una scelta condivisa.

L’unica cosa cosa che possiamo garantirvi  è che con una ragazza madrelingua sempre in casa i bambini imparano l’Inglese in maniera naturale. E regalare loro la possibilità di comunicare con più persone è un grandissimo dono. Come insegnargli a viaggiare, è un modo per renderli veri cittadini del mondo.